IL RAGNO SOGNATORE

di Irene Castellini

C'era una volta un ragno che stufo della solita ragnatela, decise di tessere i sogni.

- Non ho chiaro, però, cosa sono questi sogni. Voglio chiederlo a un medico.-

Con fatica, scalando due piani di edificio, entrò nello studio di uno psichiatra.

- Dottore, cosa sono i sogni?- domandò

- Sono affioramenti mentali del nostro passato, del nostro lato sconosciuto e, talvolta, sono il risultato della lotta tra ciò che saremo e ciò che vorremmo essere.-

L'animaletto ringraziò e uscì.

- E' una risposta scientifica, ma non posso tessere la scienza. Devo chiedere ancora.-

Camminò due giorni e arrivò finalmente alla porta di un saggio.

- Vecchio saggio, cosa sono i sogni?-

L'anziano tacque a lungo, ponderando la risposta; poi, con voce pacata parlò:

- Il sogno è l'espressione del nostro passato e la proiezione del nostro futuro. E' importante sognare poichè ad ogni risveglio, comprendiamo che il tempo non ha barriere per coloro che hanno menti aperte. Il presente è come la costruzione di un grande mosaico: ogni tassello fa parte di una splendida figura di cui conosceremo la completezza soltanto nel futuro. Ricorda! Non chiuderti nel presente e lascia sempre che una parte della tua mente vada oltre!

Il ragno ringraziò e uscì barcollando, perchè aveva udito parole elevate, troppo grandi per lui. Ritornò a casa e cominciò a tessere.

Sembrava impazzito, ansioso. Stese una strana geometria dietro di sè: fili confusi, intricati, angoscianti. Poi, avanti, costruì un triangolo sottile che confluiva in un punto e sui cateti di esso, tanti piccoli fili segmentati che intralciavano la linea del futuro.

- Questi segmenti sono i momenti del presente. Oltre questo ipotetico punto, l'ignoto. Domani continuerò.-

 Rimase alcuni giorni a riposare su quell'architettura; poi, all'improvviso, si alzò e partendo da un piccolo segmento di quella linea semi-infinita, costruì un'altra parte del suo futuro.

- Ecco! Da quel momento nel presente è nata una strada nuova. Non so come sarà, ma vedo che essa non può condurmi al punto dell'infinito che avevo idealizzato.-

Non volle proseguire e impaurito ritornò sui suoi passi. Dondolò annoiato per molti giorni, fino a quando la luce del sole non illuminò la sua tela.

- Che bella! Non capisco cosa ne uscirà da tutto questo, ma non posso interrompermi. Devo ancora chiedere ai sapienti.-

Sbadigliò e dopo alcune ore di cammino, attraverso l'erba e il faticoso cemento, entrò in università. Si recò nell'aula di filosofia e in silenzio, nascosto dietro una porta, attese la fine delle lezioni. Si avvicinò alla cattedra del professore e lo richiamò all'attenzione. Il pensatore si guardò attorno, poi riprese la lettura dei suoi libri.

- Professore!- ripetè l'animaletto; ma l'occhialuto cattedratico non abbassava mai lo sguardo verso il pavimento: forse pensava che non ci fosse nulla di interessante.

- Professore, cos'è il sogno?-

- Cos'è il sogno.-disse a bassa voce, credendo di rispondere ad una propria esigenza.

- E' la proiezione mentale di tutto ciò che non abbiamo mai conosciuto e di ciò che non sappiamo esista.-

- Anche questo è interessante, ma è un'enigma inafferrabile. Come posso tessere un'enigma?-

Purtroppo il ragno si stava demoralizzando e quella notte non dormì; e così, le tre notti successive, il sonno sembrava aver dimenticato quella ragnatela. Il ragno si trascinava per la città di cemento, scalava i palazzi e ad ogni vetro rovente, intravvedeva la sua immagine alterata dal sole.

- Ecco! Potrebbe essere questo il sogno: io sono la realtà e quello che vedo nel vetro della finestra è la deformazione della realtà, cioè il sogno. Ma questo sogno, lo vedo solo io così? Ah, per carità! Sto parlando come un filosofo laureato in scienze.-

E detto questo, si lasciò scivolare dal quarto piano. Fortunatamente era tanto leggero che toccò il suolo senza farsi male. All'improvviso, vide correre allegramente un bambino (non sapeva quanti anni potesse avere, ma sapete! i ragni non conoscono il calendario!). Allora, senza spaventarlo, si avvicinò al bambino e lo chiamò.

- Scusa, bambino, cos'è il sogno?-

- Oh, buongiorno, signor ragno! Che bello! Ora ho un nuovo amico con cui giocare. Vieni che ti presento Giulio.-

Poi, rivolgendosi verso sinistra, disse:

- Giulio, questo è il signor ragno.-

L'animaletto si guardò attorno ma non vide nessuno.

- Non vedo nessuno - disse - Vuoi prendermi in giro?-

- No!- rispose il bambino - Questo è il mio amico invisibile; è...il sogno dell'amico. E' una persona gentile che sa ascoltare e che da consigli senza trasformarli in legge. Una persona che non mette in soggezione se piangi o se ridi. Con lui sto bene! Ecco, amico ragno, cos'è il sogno. Un amico solo tuo che ti sta accanto nella vita e ti sprona ad alzarti quando cadi a terra, sfinito. Che ti ricorda  che la meta che desideri è là. "Sembra lontano ma non lo è" ti dice e questo ti consola. E poi ti aiuta a raggiungere la meta successiva e quella dopo ancora, perchè senza il sogno da stringere al cuore, la vita non esiste.-

Il ragno, all'improvviso, guardò stupito verso il cielo.

- E' sereno. E allora, cosa ha bagnato il mio corpo?-

L'animaletto si era commosso all'ascolto di quelle parole e per la prima volta aveva conosciuto...il gusto delle lacrime. Tornando a casa, verso il tramonto, vide in un giardino, una bambina che disegnava su un foglio un compitino da portare all'asilo il giorno dopo. Il ragno si avvicinò e poggiandosi sull'unida aiuola, chiese alla bambina:

- Cos'è il sogno?-

Lei lo guardò sorridente, con lo sguardo un pò stupito e rispose:

- Il sogno? E' la realtà!-

Restò a lungo sull'erba a meditare; poi, il ragno ritornò alla sua ragnatela. Quella notte dormì e sognò...

 

FAVOLA TRISTE

di Irene Castellini

Quasi un secolo fa, nell'entroterra ligure, poco distante da un torrente, viveva una quercia. Essa aveva tutto per essere felice: fronde rigogliose, salute, circondata da una natura fiabesca. Era considerata regina della valle, tanto che ai suoi piedi nascevano sempre fiori, fragole e altri frutti, che prostrati ai suoi piedi la veneravano. Conosceva la sua bellezza ma non si vantava: Dio l'aveva creata così. Era forte; e di questa forza ne fece un mezzo di bontà. Spesso, infatti, nelle giornate di tempesta, piegando le fronde verso la terra, diventava scudo per proteggere le esili creature ai suoi piedi.

Violentata dal vento, ferita dalla grandine, resisteva, attaccata a sua madre e in silenzio ottemperava al suo compito: EROINA del suo Regno!

Aveva tutto per essere felice; eppure, nelle tiepide giornate primaverili, quando solo gli uccellini rompono il silenzio del bosco, abbandonava le fronde a un gesto di disperazione. Non aveva mai conosciuto l'amore e la sua vita secolare cominciava a pesarle; così, come il suo ruolo di guardiano muto: osservare con distacco.

Vedeva tante cose attorno e sotto di sè: gente che litigava; lacrime di fanciulli; ragazzi innamorati. Stagioni che passavano, piante in agonia; il letto del torrente inaridito. Soffriva, ma nessuno se ne accorgeva. Per fortuna, il popolo del suo regno, conscio di quel destino, cercava di alleviare tanta grevità; così nei giorni sereni, concerti di animali allietavano il bosco, farfalle accarezzavano le sue chiome e accompagnati da una leggera brezza, trascinavano la rigogliosa pianta in un canto pieno di vita.

Gli anni passavano uguali ed essa cresceva in freddezza; ma durante due lunghi periodi della storia del mondo, tremò e pianse con la terra: le due guerre mondiali avevano seminato la morte ovunque, anche nel suo regno. Un uomo, infatti, durante il secondo conflitto, per sfuggire a se stesso, si trascinò morente ai piedi della quercia e lì, stringendo tra le mani una zolla della sua patria, e baciandola in singhiozzi, chiese perdono e spirò. Era un disertore, un combattente che fuggendo per vigliaccheria, era stato colpito a morte da un suo stesso compagno, per errore.

La vita continuò a scorrere sotto la suo ombrosità, ma in un mattino autunnale, qualcosa attirò la sua attenzione: un bambino di nove anni piangeva e con movimenti disperati sedette al suolo, proprio sotto la grande quercia: si era perso nel bosco. Lei era lì, immobile, fredda; ma quel pianto era straziante.

- Solo - diceva - circondato dal nulla. E quando giungerà la notte?-

Parlava quasi tra sè quando essa, aiutata dal vento, lasciò cadere un piccolo tappeto di foglie ai piedi del bambino: alcune atterrarono attorno a lui, una si posò sulla sua mano sinistra, un'altra sul cuore e l'ultima, con movimento lento, sulla fronte. Era sdraiato quando il grande albero gli aveva parlato e subito si alzò:

- Ho sentito la carezza di mia madre. Queste foglie sono un segno del mio destino: sarò salvato -

 

Raccolse quelle foglie e se le infilò in tasca, proprio sopra il cuore, poi iniziò a camminare. Il bambino aveva con sè uno zaino, colmo di cibo e di bevande: non sarebbe certo morto d'inedia! La quercia era sempre lì, vigile, stranamente emozionata da quella presenza e quando la sera giunse, piena di fantasmi, avvenne un prodigio. Il piccolo ospite riprese a singhiozzare con una sofferenza che neanche il disertore moribondo provò e di lì a poco, anch'essa iniziò a piangere: da piccoli tagli del suo tronco, cominciarono a uscire lacrime di resina e dinuovo il bambino le vide e interpretandole come segno, iniziò a domandare:

- E' freddo. Se sei viva, indicami il rifugio per dormire.-

La quercia era impietosita e lottando contro una brezza quasi immota, piegò le fronde verso sinistra.

- Da quella parte, dici? Prima che faccia buio, andrò a vedere. Anzi, subito!-

Così dicendo si diresse da quella parte e non molto lontano dalla radura ora nota, scoprì un buco in una roccia. Distava circa mezzo metro dal suolo e aveva profondità adatta per raccogliere il suo corpo sfinito. Urlò al vento il nome dell'albero e lì passò la notte, mentre l'uccello profeta portò alla sua sovrana il ringraziamento del bambino. il mattino seguente, dopo aver fatto colazione con quello che ancora c'era nello zaino, ritornò, pieno di allegria, nello splendido bosco della quercia: si appoggiò al suo tronco e lo accarezzò lungamente, con deferenza.

- Amici per sempre!- esclamò ad alta voce. Poche ore dopo, lo ritrovarono  e la vita ritornò a scorrere come al solito. Quel bambino ritornò tutti gli anni in quello stesso luogo e lei lo vide crescere, come vide prosperare, accanto a sè, uno splendido castagno. La fredda custode e sovrana del regno era diventata umana; si lasciava torturare da quel ragazzo che nel frattempo, innamorato, trascorreva le ore felici sotto di lei. L'amore dei giovani inciso su suo tronco; rami spezzati donati alla giovane; pioggia di foglie sul capo dell'amata, fatta dal ragazzo che salendo sull'albero, scuoteva le fronde. La quercia non si ribellava perchè con quel bambino, ora diventato grande, aveva provato il senso della maternità.

- Fai pure, creatura mia! Quando sarai triste, vieni a trovarmi: ti consolerò. Se avrai paura, io ti infonderò coraggio.-

Neppure la madre terra capiva tale comportamento e vibrava sotto di lei; ma il grande albero, irremovibile, si lasciava torturare. Gli anni passarono e finalmente la quercia non fu più sola: accanto, infatti, godeva vita prospera quello splendido castagno cha la mano di Dio volle porle vicino. Gli inverni rigidi trascorsero e i tempi avversi; ma in una estate di cui non si ricorda, quel regno venne messo a dura prova. Una terribile siccità, già iniziata in primavera, uccise molte piante ed anche il castagno, indebolito, rischiò di morire. Ma la sovrana si oppose a quella morte e riducendosi allo stremo delle forze, aiutò il suo compagno a sopravvivere. Uniti nell'amore! L'autunno tornò e con esso le prime piogge. Le fronde della regina erano soltanto un ricordo; così, approfittando di una serata di vento, egli le accarezzò le chiome per ricordarle che non era sola ed essa rispose con un sospiro.

- Sarà stato il rumore del vento tra le sue esili foglie - dicevano stupiti gli altri fiori - o quel respiro è il segno di un incantesimo?-

Rimasero prostrati a guardare la dolcezza di quel lungo e ripetuto contatto, poi la notte scese e quel gesto restò nel ricordo dei sogni. La primavera successiva, le fronde della regina erano nuovamente folte; i movimenti sostenuti dal vento erano diventati sinuosi e la sua bellezza divenne simbolo di prodigio. Fino a cinque anni prima, infatti, la quercia era soltanto un albero maestoso la cui grandiosità ricordava quella delle foreste pietrificate. Ora, invece, tutta la durezza era scomparsa: i colori erano più vivi e le radici, una volta nodose, emergevano dal terreno con affascinante sensualità. Serenità per il suo regno che visse per oltre vent'anni, la pace del bosco.

Nel frattempo, il ragazzo era diventato adulto e la sua qualifica di impresario edile, unita alla voglia di guadagno e di potere, lo trasformò in un essere senza scrupoli. Il bosco dove viveva la quercia, aveva una splendida posizione e la grande vastità forestale faceva gola ad alcune fabbriche cartacee che vedevano in quel polmone verde una fonte di ricchezza. Così Alberto, con qualche raggiro burocratico, chiese e ottenne di poter edificare la zona allo scopo di costruire un centro per anziani. Tutto era pronto; i rilevamenti fatti; mancava soltanto il disboscamento di una parte, mansione che volle sovrintendere personalmente. Così il 10 ottobre (esattamente 25 anni dopo lo smarrimento nel bosco!), quell'architetto ritornò con dieci uomini alla radura.

- Ecco! E' venuto per ricordare quella giornata - disse il grande albero al castagno- Ma alberto si avvicinò e segnati alcuni tronchi con una croce, parlò alla quercia:

- Una volta mi salvasti la vita; ora il tuo sacrificio mi renderà ricco.-

Poi rivolgendosi ai tagliaboschi, ordinò l'abbattimento del grande castagno, della sovrana del regno e di altri 60 alberi. Lui si allontanò per non assistere al martirio, ma alcune ore dopo, un suo lavorante lo riportò alla realtà.

- Guardi le radici- disse.

La grande quercia ed il castagno, innamorati, avevano voluto toccarsi; così le loro radici si erano intrecciate in un abbraccio senza fine; e ancora dopo due ore, non erano riusciti a separarle.

 - Sembra impossibile - esclamò commosso il tagliaboschi.

- Quando colpii una radice del castagno, le fronde della quercia si piegarono e un suono, simile a un gemito, sembrò provenire dal suo tronco e gocce di resina uscirono da esso. Non posso abbatterla. -

- Sciocchezze! - rispose un altro tagliaboschi - Intanto è morta! -

 

- No! In agonia! Finiscimi, Alberto, ti prego! - gridò la quercia. Gli assassini erano lì sotto, ma non udivano le sue parole, ma soltanto quegli incomprensibili lamenti. Alberto si mise a piangere, ma quelle lacrime di coccodrillo non ostacolarono il suo intento criminoso, nè tantomeno riportarono l'albero secolare in salute. Era stata imboccata una strada senza uscita. Sotto gli occhi impietriti dei lavoranti, che si rifiutarono di uccidere ancora, l'architetto sferrò i colpi mortali e dopo poco le chiome e il corpo intero si accasciarono al suolo (proprio ai suoi piedi). Ma in quell'ultimo atto, alcune foglie si staccarono dalla madre e sfiorarono la mano sinistra di Alberto; uno si posò sul cuore e una sulla fronte alzata verso lo scempio. La stessa scena come quella prima volta; di nuovo le carezze, in segno di perdono.

Distesa accanto a quel castagno, con le fronde intrecciate a quelle dell'altro, emise un sospiro: il sospiro della felicità per aver finalmente trovato l'oblìo dell'Amore e della Morte.

- Assassino! Sei un Assassino! - gridò all'improvviso il boia e piangendo, si mise a correre nel bosco, sperando di smarrire la strada. Tornò indietro, perchè aveva capito che forse poteva perdere il cammino, ma mai...se stesso.

 

UN'ELEFANTESSA IN SOCIETA'

di Irene Castellini

C'era una volta (non tanto tempo fa), un'elefantessa di nome Zuli che viveva nella savana. Era madre di tre cuccioli e viveva serena, dolcissima e attenta alla sua prole, proprio come la natura aveva predisposto. Nutriva i suoi piccoli, li lavava e li conduceva pian piano alla scoperta della vita. Un giorno, però, un uomo vestito da manager penetrò nel loro mondo;

si fermò estasiato per qualche secondo davanti alla dolcezza dell'elefantessa. Poi, scossosi, e deglutito più volte il boccone amaro del suo pensiero, si avvicinò al maestoso elefante:

- Buongiorno, signora. Vengo dal mondo degli uomini. Le volevo lasciare un libro da leggere. -

- Mi dispiace - rispose Zuli - non ho tempo per la lettura. Come vede, sono madre e ogni istante della mia giornata lo metto a disposizione dei miei cuccioli. Comunque, grazie. -

- Io glielo lascio lo stesso. Sa, un essere con la sua intelligenza e la sua forza potrebbe diventare importante, magari un leader a capo di qualcosa di grande, con tante persone da gestire. Lo so! Per lei la maternità è importante, ma ragioni! Tra qualche tempo i suoi figli, senza neppure voltarsi, andranno per la loro strada e così lei avrà perso tutti questi anni e forse anche quelli che verranno. -

Zuli starnutì due volte: era allergica a questi discorsi; poi prese a sbadigliare e senza nemmeno voltarsi, si diresse dai suoi piccoli.

 

Quella sera, l'elefantessa si addormentò presto accanto ai cuccioli e per la prima volta, i suoi figli rimasero senza cena.

- Povera mamma - disse l'elefantino Kim ai suoi fratelli - Probabilmente è malata. Dobbiamo aiutarla. Forse col nostro affetto guarirà. - E tutti e tre gli animali si avvicinarono al grande pachiderma e, circondatolo, incominciarono a dargli baci e dolcissime carezze con la proboscide. Ma zuli sembrò non reagire e continuò a dormire, mentre Kim, il più piccolo, rimase a vegliare e a coccolarla tutta la notte. Il cucciolo, ormai esausto, si addormentò poco dopo il sorgere dell'alba, mentre l'elefantessa aprì gli occhi alle sette del mattino. Zuli era strana.

Sentiva un'insolita frenesia scorrerle dentro; si guardò attorno e con voce acida disse:

- Se non vado via subito, arrivo in ritardo. -

Passò noncurante davanti ai suoi cuccioli addormentati e afferrando il libro con la proboscide, si diresse verso la città.

- Cosa posso fare con le mie qualità? - pensava tra sè. In quel momento giunse il manager che lei aveva conosciuto.

- Brava, signora. Ha capito, adesso, l'importanza di realizzarsi nel mondo del lavoro? -

 - Non razionalmente - rispose - Mentre dormivo, però, ho sognato e ho visto me stessa tra qualche anno. Ho la possibilità di cambiare, di dare alla vita un senso nuovo, più moderno. -

- E' vero! Il lavoro e la battaglia per emergere tra le classi lavoratrici danno adrenalina alla vita! - replicò il manager, guardando l'elefantessa negli occhi.

- Cosa posso fare per cambiarmi? -

- Nulla! Ricordati solo di usare la forza che è in te e di sfruttare il tuo aspetto per mettere gli altri in inferiorità. Ora vieni che entriamo in questo palazzo e se avrai capacità e fortuna, arriverai presto ai vertici del comando. -

Alle ore  9  di quel torrido primo di agosto, iniziò la vita di Zuli, apprendista manager.

Nel frattempo, nella savana, Kim e i suoi fratelli si svegliarono; iniziarono a barrire per chiamare la loro mamma, ma la città era troppo lontana. Si misero in marcia, vicini e tremanti, per andare a cercarla; ma al suo posto, trovarono solo pericoli e fatti curiosi.

- Kim - disse la sorellina - come mi sento incerta nel camminare! E com'è più grande il mondo attorno a noi! -

- Sì, Malindi! Anche noi stiamo come te; purtroppo la mamma ci ha lasciato e per noi oggi è la prima volta. Ci appoggiavamo a lei e il mondo non ci faceva paura. Speriamo solo che la mamma stia bene e che torni presto.-

Sospirarono e continuarono da soli il difficile cammino della crescita.


Zuli nella grande città era raggiante. Certa della sua superiorità, imparò a picchiare la zampa sul freddo pavimento della sala riunioni; a barrire minacciosa e a rispondere quasi contemporaneamente a due telefoni.

- Che vita frenetica! Stancante, ma ora mi sento viva e utile. -

Strofinò a lungo la schiena contro un muro. - Poi, quando tornerò a casa, dovrò anche fare la madre. Ah, che vita stressante!-

Alla sera, verso le sette, i piccoli videro la figura di Zuli stagliarsi contro un cielo violentemente azzurro. Che felicità! Tutti le corsero incontro, la circondarono con le loro piccole proboscidi; Kim cercò di sedersi in grembo alla proboscide materna. Zuli ricevette un brivido, che per un attimo le offuscò la vista; l'incantesimo, però, era troppo forte e facendosi largo tra i suoi figli, li chiamò:

- Venite qui, tesori! Raccontatemi cosa avete imparato oggi a scuola - mentre riordinava alcuni documenti.

- Ma mamma - disse Kim - da noi non esistono le scuole! -

- E' vero! Dovremmo averne anche noi, però. Sono così efficaci. Ne parlerò al prossimo incontro elefantiaco. Vedeste come è bella la società degli uomini! - Si fermò un istante.

- Scusate, cucciolotti. Cosa stavate raccontando?-

- Quante cose strane abbiamo visto, mamma!- rispose Malindi, passando la proboscide sul viso dell'elefantessa. - Il mondo mi sembrava diventato gigante. Aveva tante bocche spalancate, pronte per ingoiarmi e il terreno non mi sorreggeva più.-

- E gli altri animali ridevano di noi, della nostra incertezza. - disse Kim - Mamma, non te ne andare. Ci sentiamo tanto soli.-

- Che sciocchini! Non siete soli: siete in tre. E poi, sono sempre vicino a voi. Il mio pensiero vi accompagna. Non vi sto abbandonando; sto semplicemente usando al massimo le mie capacità.-

In quel momento, Tiki, l'elefantino maggiore, si girò con la testa, cercando di guardare il suo dorso.

- Cosa stai facendo? - risospe Zuli sorridendo. - Dove hai imparato una cosa così buffa?-

- Da nessuno, mamma. Ora è passato, ma tutto il giorno, mentre camminavo accanto ai miei fratelli, sentivo un grande peso sulla schiena; quasi un dolore che mi toglieva il respiro. Muovendomi così cercavo di vedere cos'era. Era invisibile.-

Si strisciò dolcemente contro Zuli. 

- Ora sto bene! - ripetè a bassa voce.

- Stai imparando a vivere, piccolo mio. Questo è il peso della responsabilità. Imparerai a conviverci. Oggi hai sentito l'impegno di essere il maggiore e di avere cura degli altri. Un giorno, forse presto, diventerai tu il capofamiglia. - E così dicendo, sbadigliò.

- Mamma, non vogliamo più stare soli - disse piangendo Malindi.

Zuli reagì stranamente a quella richiesta accorata. Sbadigliò di nuovo e continuando a prepararsi per la notte, riprese a lodare la società umana.

- Laggiù, nelle città degli uomini, molti genitori lavorano entrambi e hanno tanti figli. Ma non c'è nessun problema, perchè esistono degli adulti che, a pagamento, cercano di amare i cuccioli degli altri come fossero i loro. Ah! Quante cose vanno cambiate nella nostra società. Invierò a tutti gli elefanti adulti un ordine del giorno e indirò un'assemblea dove sarò il presidente e il moderatore. Ora però, cuccioli - si interruppe per sbadigliare - andiamo tutti a nanna. Domani ho una giornata dura.-

- Ma mamma, abbiamo fame! - dissero i cuccioli all'unisono.

E' vero! Anch'io ce l'ho. Ma sono troppo stanca. Facciamo così! State buoni e venite qui vicino a me, così dormiamo bene. E domattina andiamo tutti in cittàa fare colazione. -

Affamati e preoccupati per l'avventura che presto avrebbero vissuto, si avvinghiarono alla mamma e si addormentarono. Ed eccoli là, alle sette e mezzo, nella città degli uomini, a camminare accanto alla madre che, di tanto in tanto, lanciava loro uno sguardo severo.

- Cos'è questo modo goffo di camminare e la testa così bassa?-

I cuccioli continuavano a stringere la proboscide della mamma.

- Abbiamo paura di questi mostri di vetro e cemento.- rispose Kim.

- Il terreno duro ci percuote le zampe. - disse Malindi.

_ Basta con queste sciocchezze! Quanto vi ci vuole per crescere? La città non uccide e noi siamo i più forti. Ora, camminate eretti, con dignità. Mi state facendo vergognare!-

Così dicendo, Zuli, con uno strattone si liberò dal nodo di proboscidi dei cuccioli e senza far troppo ondulare la mole maestosa, si diresse all'attraversamento pedonale.

- Ora, tesori, facciamo così! Se starete bravi, per prima cosa andremo a mangiare al bar, poi vi porterò a conoscere il mio capo, così potrà vedere la mia bella famiglia.-

- Mamma, cos'è un "PAR"?- chiese Kim.

- Si dice BAR, tesoro! E' un luogo creato dagli uomini; un paese dei balocchi dove gli adulti possono divertirsi, dire sciocchezze senza vergognarsi, senza temere il giudizio degli altri. Un luogo dove nessuno critica, cos', chi vuole, può dare il peggio di sè. Un luogo falso che fa credere all'uomo di avere amici; ma quando gli uomini escono da quella bugia che loro stessi si sono creati, si ritrovano soli con se stessi e avvertono la rabbia di non aver più quella protezione.-

Mentre parlava, noncurante del semaforo rosso, alzò la proboscide e il traffico si fermò per dare passo al grande manager. Dall'altra parte della strada, li attendeva un altissimo e corpulento palazzo di 40 piani e un via-vai frenetico di persone e cani.

- E' qua che lavori, mamma?- domandò Tiki.

- S'! Ora entriamo e salendo al 20° piano ci troveremo al bar.-

Zuli fece un gesto con la proboscide al custode, il quale si affrettò a consegnarle le chiavi del montacarichi.

E sì! Zuli doveva usare il montacarichi, perchè la prima volta che entrò nell'ascensore, mentre saliva al piano desiderato, si udì un rantolo e un lungo affanno: quel peso era troppo anche per quel povero ascensore!

Il bar era colmo di gente e la luce fredda dei neon era mitigata da una leggera nebbiolina azzurrastra. Si sentiva un accattivante profumo di caffè, in contrasto con una insolita puzza che proveniva da strani fischietti di carta rovente, pendenti dalle labbra degli uomini d'affari.

 Che strano il mondo degli uomini! Alla vista di quei pachidermi, nessuno si stupì o si spaventò. Si spostarono meccanicamente per fare un pò di posto ai nuovi arrivati e continuarono a parlare e a ridacchiare, come se tutto ciò fosse normale. Gli elefanti si tuffarono in un'abbondante colazione umana, tranne Malindi, la piccola di due mesi, che si limitò a trangugiare un grande boccale di latte.

- Che strano gusto ha il latte degli umani! - disse fra sè l'elefantina - Sarà perchè fino all'altro ieri ho bevuto il latte della mamma. Questo sembra amaro.-

I cuccioli erano di nuovo forti ed erano felici e sicuri accanto a Zuli. Il viaggio proseguì come previsto, con la visita al presidente della società.

- Ecco qui la nostra signora Zuli, grande madre e donna in carriera! - disse sorridendo il signor Tom.

L'elefantessa presentò i suoi cuccioli e con orgoglio, mostrò al suo capo l'eccezionalità dei figli. Poi, dopo qualche commento obbligato, Zuli disse ai suoi "tesori":

- Devo stare qui a lavorare. Salutate il signor Tom e in silenzio tornate a casa. Ci vedremo stasera.-

- Ma, mamma....-disse Tiki.

- Niente "Ma"! Ora, piccolo mio, sei da oggi il capo-famiglia. Li affido a te.-

E mandando un dolce bacio con la proboscide, chiuse dietro a sè la porta della maternità.

Tiki e i suoi fratelli si diressero in silenzio verso casa. Il più grande imitò il gesto della madre per fermare il traffico, ma per poco non lo investirono, perchè egli era soltanto un imitatore dei grandi. E mentre uscivano da quella città affannata, Tiki, il capo-famiglia, si mise a singhiozzare. E' vero che era il più grande, ma la sua vita era iniziata appena sei mesi prima. Tornarono dopo tre ore di marcia nella loro bella casa. Alberi frondosi erano il tetto; i tronchi, le pareti. Madre natura l'aveva creata così. I cuccioli sfiniti crollarono al suolo e tutto sembrò addormentarsi, fin quando un lamentoso gemito non ridestò la piccola famiglia: Malindi stava male.

Era in piedi, con le zampe anteriori tremanti; piegata verso lo stomaco, rifiutò il frugale pasto e si accasciò al suolo. Con impercettibili movimenti, sfinita dalla febbre e dal male alla pancia, si mise su un fianco, dirigendo lo sguardo verso il grande albero.

I fratelli erano disperati: vedevano la sorellina scuotere dal freddo ed erano impotenti.

- Cosa possiamo fare? - disse Tiki a Kim.

- Non lo so. Cerchiamo di coprirla con fiori, fronde e foglie e soffiamo sulla sua fronte rovente. Forse starò meglio.-

- E diamole tante carezze. L'aiuteranno a guarire.-

- Ma non saranno mai le carezze della mamma. Il balsamo di quelle mani non si può sostituire. Se solo scendessero le tenebre...-

Le ore passavano e Malindi stava sempre peggio. Mentre le ombre del tramonto scendevano sul mondo, i fratellini si misero a piangere, perchè vedevano lo spirito della piccola avviarsi verso il grande albero. Kim fissava l'orizzante, attendendo di vedere il profilo della madre contro il sole. Ma lei non arrivava. Come poteva? Era in piena riunione aziendale: stavano eleggendo due nuovi membri del direttivo e qualcuno aveva messo il suo nome nella lista. All'improvviso, gli occhio di Zuli si velarono di lacrime, un senso di terrore la fece barcollare e con la mente tornò ai suoi cuccioli.

- Non posso far niente adesso - pensò- Ora è qui il mio futuro.- Ingoiò, respirò e tornò a gettarsi nel vivo della riunione.

Intanto malindi stava peggio: aveva chiuso gli occhi e iniziò ad agonizzare.

- Grande albero - gridarono i fratellini - aiutala!-

Scusate, non vi ho ancora parlato del Grande Albero. Anche nel regno degli animali vi è qualcosa di misterioso, di trascendentale. Questo enigma è il Grande Albero: altissimo, sempre frondoso, con radici enormi e profondissime. Chi toccava il suo tronco, riceveva da esso una potente energia. Secondo i racconti degli Anziani, il Grande Albero c'era sempre stato e da centinaia di anni manteneva intatto il suo fulgore.

- Esso - dicevano - è il tempio per i vivi e la culla per i morti. Alcune volte ha volutamente chiuso le sue porte oscure per allontanare qualcuno dall'oblio. -

Ormai era notte e Malindi gridò. Il suo urlo scosse tutto il regno e arrivò lontano, fino ad un'altra elefantessa, madre di un solo cucciolo. Combattendo contro la sua mole, corse per la savana e arrivo, quasi subito, dai cuccioli. Vide la piccola e subito comprese: era avvelenata.

Non c'era tempo da perdere. Prese dalle fronde del grande albero alcune foglie; le impastò con l'acqua del fiume che scorreva poco distante e ne fece una poltiglia, premendola sotto la sua zampa anteriore. Prima, però, di darla a Malindi, l'elefantessa piegò le zampe posteriori e accarezzando con la proboscide il magico tronco, recitò in una lingua sconosciuta, una preghiera al Grande Albero.

- Malindi! - gridò singhiozzando Kim.

La vita della piccola stava scivolando fino al Grande Albero; ormai era a pochi passi, quando il Grande Albero divenne fosforescente. Vibrò e come il rombo di un tuono, chiuse quella culla a lei destinata.

- Ora no! - disse.

E mentre la vita ritornava nel corpo della piccola, l'elefantessa le diede quello strano cibo e di lì a poco, il cucciolo riaprì gli occhi.

- Mamma! - disse Malindi.

- No! Sono madre anch'io, ma non di voi. Tra poco sarai guarita.-

- Scusi, signora elefantessa - chiese Tiki - Perchè Malindi è stata male? -

- Non so il motivo del suo pianto, ma tua sorella ha ingoiato lacrime sconosciute e il suo corpo ha rifiutato la sofferenza. -

- Nostra madre ci ha lasciati. - dissero i fratelli.

A quella frase, l'elefantessa abbassò gli occhi, rabbrividì; poi, con voce dolcissima disse:

- Non dovete soffrire; dovete scoprire le bellezze della vita. Venite con me. Ora siete miei figli! -

Li accarezzò uno ad uno, poi di nuovo le incerte proboscidi si unirono a quelle della dolce madre e insieme si avviarono verso la vita.

Ormai era l'alba e Zuli, trionfante del suo nuovo posto di comando, rientrò nella savana. Vide i suoi cuccioli in lontananza e subito ricordò la frase del manager:

- Tra qualche tempo, i suoi figli, senza neppure voltarsi, andranno per la loro strada e lei... -

Quel futuro era diventato realtà. Non le restava che piangere e riflettere; e mentre quel monito le martellava la testa, una sagoma si voltò verso di lei: era Kim che con un tenero gesto, la salutava. 

 

LA FIABA DEL TEMPO

di Irene Castellini

La storia che sto per raccontare è avvenuta pochi mesi fa.

Accanto a un grande bosco, c'era una piccola costruzione in pietra e legno, usata dal popolo come discarica abusiva. No si sapeva chi l'avesse costruita, né da quanto tempo fosse lì; perciò tutti la chiamavano “Il Vecchio”.

Un giorno si trascinò fino alla sua porta un giovane cervo, colpito dal proiettile di un cacciatore. Era esangue e la sua mente confusa credette di sentire una voce pacata che lo attirava verso “Il Vecchio”.

  • Ersi, entra qui. Troverai serenità. -

  • Chi è serenità? - domandò il cervo nel delirio.

  • Una piuma, vestita di filigrana d'oro, che danza vicino a te e ti ristora l'anima. C'è solo un problema: la vedrai solo quando tu sarai disposto a conoscerla. -

  • Voglio vederla! -

Così dicendo, alzando le zampe anteriori, le pose con esile forza contro la porta.

  • Inutile! Finchè userai la rabbia, ogni tuo desiderio incontrerà soltanto porte sbarrate. Non reagire!-

La vita quasi spenta di Ersi non conosceva la quiete mentale e invano cercava di spingere quell'uscio.

  • Fai una cosa insolita – riprese la voce – Respira! Poi, con dolcezza soffia sulla porta e ringrazia per ciò che troverai. -

  Il cervo era troppo sconvolto e troppo stanco, così seguì i consigli della voce e senza capire la ragione, ringraziò. La porta si aprì ed egli scivolò in un grande camerone; la voce tacque e l'uscio si richiuse.

Ersi era accasciato e da terra, la visuale era un incubo: rottami di bicicletta lo fissavano inquisitorii; divani trasformati in barriere insormontabili.

Cercò di respirare, ma il freddo fiato era soffocato dal tanfo di quel luogo: era una mistura di muffa, polvere e oli irranciditi.

Un odore sconosciuto lo tormentava: era lo sfacelo dell'abbandono e del tempo che fugge.

  • Alzati! Ci sono tante cose da vedere. -

Un'altra voce aveva parlato: chiara e profonda. Sembrava idealmente scivolare su sconosciute melodie.

  • Stai male, è vero. Ma sei ancora vivo! Non attendere ancora. Trova in te la forza e rimettiti in piedi. -

  • Tu non puoi capire come mi sento! - respirò corto. - Cercherò di seguire i tuoi ordini. Dimmi, chi sei? -

Ersi non ebbe risposta; tutto era sprofondato nel silenzio: sentiva soltanto lo scricchiolio delle sue zampe e il suo doloroso respiro.

  • Devo concentrarmi! - ripetè strozzato.

Guardando fisso un punto sul soffitto, per un attimo smise di compatirsi e si trovò in piedi, tremante. Barcollando, mosse i primi passi e incuriosito, iniziò a girare tra i rottami.

Era una catapecchia, con muri spessi di pietra, rozzamente imbiancati di calce. Il soffitto era ceduto, ma in alcuni punti era stato rattoppato con travi di legno sottili.

  • Chissà perchè qualcuno ha aggiustato quel buco? - pensò tra sé – E' tutto in rovina. -

  • Inutile spreco di tempo! - disse Ersi ad alta voce.

  • Finalmente cominci a riflettere – tuonò la voce melodiosa.

  • Chi sei? Ti ho già sentito prima. Tu mi hai esortato a non attendere. -

  • E ancora lo faccio. Agisci, ragazzo! -

  • Non mi chiamo “Ragazzo”. Io sono Ersi – replicò seccato il giovane cervo.

  • Lo so! Voglio soltanto farti reagire. Non perdere tempo a compatirti, né stupidamente a soccombere... -

  • Sto male! - gridò soffocato.

  • Allora, fai qualcosa per migliorare la tua situazione. Da quando sei entrato, non hai fatto niente. -

  • Non c'è niente! Per questo non reagisco. E poi mi sento come questi vecchi rottami: inutile!-

La voce melodiosa e profonda sembrava uscire da un gigante.

  • Sei sicuro di morire? -

  • No! Non mi è dato di sapere. -

  • Sei certo di vivere, allora?! -

Ersi scosse il capo e una lacrima bruciò la ferita nella zampa.

  • Ascoltami! Il tempo è a tua disposizione, affinchè la vita abbia senso. Devi disinfettare la ferita. Questo almeno è logico. Vai in fondo a questa stanza e dietro a un vecchio pianoforte a muro, troverai un rubinetto. Bevi di quell'acqua e sdraiati sotto di esso, affinchè il tuo corpo venga purificato. Meccanicamente, quasi guidato dall'istinto, si diresse in fondo alla stanza; quindi, voltò a destra e si fermò accanto ad un mobile possente, nero, stranamente in bilico su tre pomposi piedi. Il quarto, infatti, mancava.

  • Non so cos'è un pianoforte, ma credo che sia questo. -

  • Spingilo, Ersi! - disse la voce – Dietro c'è il rubinetto, -

Era vero! Il rubinetto, con una manopola a forma di asterisco alquanto arrugginita, aveva sotto di sé un ampio pezzo di marmo scavato, pronto a ricevere. Il cervo tentò di aprirlo, ma la ruggine l'aveva indurito. Prima provò con le zampe anteriori; poi, convulso, afferrò il rubinetto con la bocca e iniziò a morderlo e a girarlo.

Ersi ebbe la meglio e l'acqua cominciò a sgorgare limpida.

  • Che strano suono emette l'acqua! Come fa ad essere cristallina, se da anni oziava in questo tubo? -

Ersi stava bevendo, mentre si poneva questi problemi. Poi, ricordando il consiglio della voce, si accasciò sul marmo e lasciò che l'acqua lo lavasse.

  • “Il vecchio” si riempì di strani gorgoglii: il cervo si beava di quel lavaggio; ogni tanto l'acqua gli solleticava la pancia e lui rideva; i suoi occhi tornarono a brillare.

  • Grazie! - disse Ersi – Sto abusando della tua gentilezza. Non sei la mia schiava, ma la mia amica. Ora devi riposare. -

  • Grazie, amico! Buona notte – rispose l'acqua.

  • Buona not..! Ma, è vero! Fuori è già scuro. -

Il cervo si alzò e stranamente rianimato, ritornò verso la soglia, fermandosi proprio dove per la prima volta aveva udito la voce tonante.

  • Voce, dimmi per favore, cos'è quell'acqua magica che mi ha dissetato? -

  • E' soltanto l'acqua del ruscello che scorre qui vicino. Il primo costruttore ha creato quel rubinetto per convogliarla qui. Il tuo pensiero e le tue speranze l'hanno resa speciale.

  • Impossibile! Le ferite sanguinano meno; il solco che l'acqua ha tracciato nei miei visceri, sembra fatto di calda energia bianca.

La voce non rispose. Per la prima volta, Ersi iniziò a riflettere, mentre un silenzio irreale avvolse ogni cosa: quel rumore del Nulla che perfora le menti degli esseri sensibili.

  • Basta! E' un incubo. Il tempo ha fissato ogni cosa e anch'esso sembra aver sospeso il suo viaggio per attendere... Cosa? Volete che sia io a sciogliere l'incantesimo? Come faccio? Finora, non sono riuscito a risolvere neanche i miei problemi. -

La voce melodiosa spezzò il silenzio.

  • La vita è il Tempo; ed Egli aspetta che tu agisca. Trova in te stesso la ragione per agire; non aspettare che gli altri ti spronino. Se vuoi che il tempo non ti sfugga dalle dita, devi vivere con tutti i sensi svegli e il cervello vigile.

  • Chi sei? - gridò Ersi.

  • Sono il “professore”, implacabile insegnante del tempo. Scandisco ogni secondo del suo scorrere, invitando gli esseri viventi a non perdere nessun istante. Sono qui per un incantesimo, in perenne punizione per aver trascorso tanti anni della mia vita tra giochi pericolosi, bevande velenose e ore nelle quali vegetavo -

  • Allora, eri un uomo? -

  • Sì! ma la vita per me non aveva senso. Non ho mai sofferto veramente; le cose e gli eventi che mi circondavano, mi scivolavano accanto, senza che i miei sensi ne fossero interessati. Quale spreco di tempo e di vita! Ora me ne accorgo e la punizione è atroce. Sono una sveglia arrugginita ma funzionante; conto gli istanti del tempo: li vedo passare e io, purtroppo, sono inerte, incapace di agire con loro. Pensa, Ersi! Sento il dolore del passato, lo sgomento di un presente che vedo solo attraverso un vetro e non posso nemmeno piangere. -

  • Sei una sveglia, hai detto! Voglio conoscerti! - disse commosso il giovane cervo.

Ersi iniziò a camminare lento tra i rottami, con attenzione, per timore di distruggere qualcosa che potesse essere ancora utile. La vista di quei rottami lo rendeva triste, ma la sua mente e tutti i sensi si svegliarono. Vide testiere di letto in ferro, rotte e arrugginite; lampadari di cristallo; una ruota di automobile; cocci di vasi. Sentiva odori forti, sgradevoli; toccava con delicatezza quei “rifiuti”, sperando di ripercorrere la loro vita. La sua mente era in subbuglio: quei sensi lo torturavano, ma il cervo si sentì vivo per la prima volta.

Finalmente, nascosto in mezzo a un divano verde screpolato, vide una sveglia rotonda arrugginita, con resti di vernice azzurra e il vetro rotto.

  • Sei tu, vero? -

  • Sono io! Finalmente ti vedo! Com'è freddo il tuo fiato! Riposati qui, accanto a me. Da anni ormai non sento più il contatto degli esseri viventi.

Ersi emise un singhiozzo e si accasciò al suolo vicino al “professore”. Con una zampa avvicinò la sveglia alla sua faccia, e con la guancia accarezzò più volte l'orologio.

  • Che strano! I tuoi occhi sembrano onici fredde; tuttavia, dietro a quelle pietre, traspare tanto dolore. Cosa volevi dire quando hai urlato che non hai saputo risolvere i tuoi problemi? -

Il giovane cervo si irrigidì e si alzò senza parlare.

  • Perchè non vuoi essere mio amico? Io ti ho raccontato me stesso, senza paura. Prima di entrare, hai chiesto di voler conoscere la serenità. Se avrai il coraggio di guardare in te stesso e di parlarne con chi ti è amico, vedrai che serenità comparirà al tuo fianco. -

Ersi ritornò sui suoi passi e dopo un lungo silenzio, iniziò la sua storia.

  • La mia vita non è poi così diversa dalla tua. Anch'io, ora capisco, ho sprecato il mio tempo per cose inutili. Ho vissuto nella Natura, senza mai vederla e goderla. Sono stato un ribelle e giudicato pazzo dai miei simili, perchè non ho mai accettato la legge del più forte. Volevo difendere i più deboli e invece sono diventato schiavo dell'odio. Fin da quando ero cucciolo, quando vedevo la forza violenta sopraffare sugli indifesi, ingoiavo questo dolore e lo trasformavo nella forza dell'odio. Invece di cambiare le cose, reagivo con rabbia e voglia di vendetta, meditando sul modo di farla pagare all'avversario. Ho fatto di quest'odio la mia ragione di vita e ho dimenticato la bellezza della vita. Ho perso i giochi; gli amici li respingevo con la mia forza negativa. E quando l'amore è apparso nel bosco, scoprii che il mio cuore era pietrificato e che soltanto la vendetta era la mia compagna. L'amore si è allontanato e io sono rimasto solo. Vivere guidati dall'odio è soltanto reagire alle sue regole, incapaci di vedere il mondo com'è. -

  • Hai voglia di cambiare! - disse il “professore” con voce sorridente. - Per estirpare la radice dell'odio che avvelena soltanto la tua vita, devi smetterla di soffocarti con la colpa. Perdonati! -

Quella parola doveva essere magica, perchè sentì una calda energia penetrarlo e circondarlo e un senso di leggerezza nel torace. -

  • Forse questa è la serenità – disse Ersi. - E' davvero una piuma intessuta d'oro che ristora l'anima. Il “Vecchio”, però, ha mentito, perché la serenità risiede in noi. -

Si fermò per qualche istante, sconvolto da una nuova emozione: la gratitudine.

  • Vecchio, grazie dei tuoi preziosi consigli! E a te, professore che mi hai fatto apprezzare la vita e il tempo, giunga il mio ringraziamento, sacro come l'affetto che il bambino ha per i genitori che l'hanno generato. Non so come sarà il mio futuro; certamente lo costruirò ogni istante, cercando, magari, di dargli la forma dei miei desideri...-

Voleva parlare ancora, ma voci strane lo zittirono.

  • Ripuliamo un po' questa catapecchia – dissero le voci.

A bassa voce, “il professore” indicò a Ersi una porticina nascosta dietro ad un grande divano. Non c'era tempo per i saluti; il cervo, strisciando attraverso l'apertura, si trovò nel bosco e nel suo cuore recitò una preghiera di addio. La porta del “Vecchio” venne buttata giù e gli uomini, entrati, si guardarono inorriditi.

  • Tutto questo schifo, questi rottami marciti fanno una puzza tremenda! Chissà perchè il nostro capo ci ha detto di liberare quest'ammasso di pietre? Sarebbe più facile farlo saltare con la dinamite!-

  • Forse – rispose l'altro uomo – vorrà farci il suo nido segreto. -

Infilati i guanti, i due iniziarono a scegliere i rifiuti da mettere sul primo camion.

  • Toh, guarda! La gente ha proprio tempo da perdere! Ecco qui una sveglia rotta, vecchia. Ha fatto il suo tempo ormai! -

  • No! Sono ancora vivo – gridò il Professore. Le parole erano inudibili e con scherno, uno di loro, lanciò con violenza quell'orologio che...

  • Si! Sono vivo! Che bello! - disse la stessa voce che ormai aveva un corpo e una mente. - Era tutto un incubo! -

Rabbrividì e saltando giù dal letto, il signor Tarquinio aprì la finestra della sua casa in campagna e respirò, sorridendo alla Natura. Assaporò l'aria, e deciso a cominciare una vita nuova, degna, si vestì con insolita frenesia. Si fermò e dando un'occhiata all'orizzonte della campagna, si asciugò le lacrime e pensò:

- Chissà come starà il giovane Ersi! -


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